COS’E’ IL FATTORE ANTIPROLIFERATIVO (APF)
La scoperta che alcune cellule presenti nella parete della vescica in un gruppo di controllo crescono significativamente piu’ rapidamente che le cellule prelevate da pazienti con CI, ha portato Susan Keay, una ricercatrice dell’Universtà di Maryland (Washington) alla scoperta di un fattore antiproliferativo (APF) prodotto dall’urotelio di pazienti con CI. Furono messe a cultura cellule vescicali normali in presenza di urine di 4 gruppi di pazienti: affette da CI e da tre gruppi di controllo con cistiti batteriche, con vulvovaginiti ed asintomatiche. I risultati dimostrarono che soltanto le urine di pazienti con CI inibivano la proliferazione delle cellule della vescica. Si è arrivati quindi alla conclusione che la presenza di APF sia uno specifico biomarcatore per la CI con specificità del 95%. E’ stato trovato infatti nelle urine della vescica ma non nelle urine pelviche renali di pazienti con CI, a dimostrazione di una produzione delle cellule uroteliali. Studi successivi hanno indicato che il APF e’ associato con una diminuita produzione del fattore di crescita di eparina così come il fattore di crescita tipo epidermico HB-ECG. L’attivita’ dell’ APF e’ stata messa in relazione ad una aumentata produzione del fattore di crescita epidermico (EGF), fattore di crescita del tipo insulina 1 e del tipo insulina racchiudente la proteina 3 da parte delle cellule di pazienti con CI ma non delle cellule da vesciche sane. Studi di pazienti con CI e controlli asintomatici mostrano livelli di urine di APF, HB-EGF e EFG in grado di separare accuratamente la CI dai controlli.
L’APF potrebbe diventare un candidato ideale come marcatore della PBS/CI sintomatica, se confermato da altri centri.
Sembra che abbia la piu’ alta sensibilità e specificità rispetto alla varieta’ dei marcatori fino ad oggi testati e ben rientra in uno schema eziologico della CI. Dimostra anche la capacita’ di differenziare uomini con i sintomi della PBS/IC dai controlli e differenziare uomini con il dolore vescicale e sintomi irritativi minzionali da quelli aventi la sindrome della dolore pelvico cronico (CPPS III), precedentemente classificata come “prostatite abatterica”. Sarà indubbiamente oggetto di ricerche future ed i ulteriori approfondimenti l’evidenza che la CPPS e la CI siano molto probabilmente due diverse malattie.
L’APF può riuscire ad essere un marcatore utile per la diagnosi di CI sia in quei pazienti sintomatici e sia in quelli che non hanno ancora sviluppato i sintomi. Potrebbe inoltre aprire la strada verso l’eziologia della CI.
Teoricamente, se la produzione di APF potesse essere “interrotta” da tecniche genetiche o se i suoi effetti venissero annullati, si potrebbe prevenire la sindrome clinica. Gli studi futuri saranno condotti in questa direzione.
